29 agosto 2005

Urbino - FREQUENZE DISTURBATE 2005

Nuova edizione del festival di Urbino che non tradisce la sua tradizione di qualità e proposte, con un occhio di riguardo alla scena rock italiana. Ecco la cronaca/recensione minuto per minuto o quasi.

5 agosto

Lungo il viale che ci porta alla Fotrezza Albornoz, incrociamo una signora con sguardo incredulo che si tappa le orecchie modello Urlo di Munch, proteggendosi e lamentandosi del rumore emanato dai ONE DIMENSIONAL MAN, gruppo apripista dell’intera rassegna. Insomma, siamo ancora a ½ chilometro dal palco ma le frequenze si fanno già un bel po’ disturbate (per non parlare del dopo). La performance degli ODM è stata seguita in posizione pic-nic, con il centro di Urbino come vista panoramica. Non che non ci sia stima per uno dei pochi gruppi italiani che propone musica dal sapore acido e provocante, ma forse hanno esaurito tutte le nostre aspettative nei loro confronti.
Arriva il turno dei JENNIFER GENTLE e allora cambia tutto. Si arriva fin sotto il palco per seguirli. Proprio tre anni fa a Urbino vidi il loro concerto senza sapere chi fossero, ma ne fui catturato in un contorno di pomeridiana alterazione. E anche in questa nuova occasione l’entusiasmo per la loro esibizione non è mancato, con logicamente meno stupore verginale per il loro sound da fumetto hippie-fiabesco. Compatibili con i cromosomi di Syd Barrett, rumorosi e rigorosi quanto gli acidi Flaming Lips. Una scaletta dove hanno trovato spazio le loro trame più ritmate ed energiche, le loro canzoni più compiute, senza togliere allo show momenti spigolosi ben eseguiti dal gruppo, ormai più che maturo, e fiore all’occhiello delle proposte nostrane. Propongono le prime due tracce del loro ultimo album “Valende” (Sub Pop): l’invitante Universal Daughter poi l’acida e fulminea I Do Dream You , poi la canzone sgangherata in un puzzle da circo psicotico Nothing Makes Sense. sSuonano perfettamente quello che su disco sembra frutto della sperimentazione più ostica. Divertenti, inquietanti, solleticanti, magistrali grazie anche alle buone condizioni sonore che di lì a poco sarebbero diventate devastanti.
Arrivano quindi i RAVEONETTES, un fantomatico duo per la stampa, che dal vivo si trasforma in un quintetto. Quando vedo un gruppo che si presenta con tre chitarre vorrei anche sentire trame sonore che si sovrappongono. Invece no. Il n loro giochino consiste nel monolitico karma del volume (monolitico per rendere le dimensioni della rottura di palle… n.d.Reic). Forse le mie orecchie (un po’ assordate, lo ammetto) hanno sentito troppe volte usare e stra-usare certi clichè.
Poi, considerazione molto più personale delle altre. Il cantante/chitarrista e i suoi occhiali da sole. Per tenere gli occhiali da sole sul palco bisogna: a) che ci sia il sole, b) avere dei problemi agli occhi, c) essere veramente qualcuno. Egli non soddisfa nessuna di queste condizioni. Al contrario del nostro parere (e succede spesso) il gruppo riscuote un certo interesse, quindi largo ai fans, giusto per non essere come quelle persone che non gradendo rompono le palle con commenti e schiamazzi a chi il concerto lo vorrebbe seguire. Quindi ci allontaniamo, distolti dalla birra e dai banchetti di dischi solamente dall’unico artista che si fa annunciare come nella migliora tradizione rock.
Ladies and Gentlemen l’arcidruido JULIAN COPE.
Julian Cope rappresenta 25 anni di canzoni, libri e attività lisergiche varie ed eventuali, con l’attitudine di non guardarsi mai alle spalle. Crede nel rinnovamento della propria essenza artistica e quindi propone soprattutto brani dall’ultimo album “Citizen Cain’d”, un disco che suona saturo di distorsione e amplessi da power trio. Ha detto in alcune interviste che voleva rievocare uno spirito alla Blue Cheer (band si San Francisco fine anni ’60) e ci riesce. Tra l’altro riesce ad infilare nel suo show tutti gli stereotipi del rock’n roll: vestito di pelle come un biker d’estate, occhiali scuri ( e lui è veramente qualcuno), arrampicata libera sui supporti delle luci, monologo alla Patti Smith, tensione omoerotica col chitarrista, quest’ultimo che suona la chitarra con l’archetto. Basso, chitarra e batteria ci portano in zone da estasi sanguinolenta per i ’70. Eludendo la sicurezza riesce a salire sul palco un uomo che abbraccia Julian Cope. D’ora in poi il disturbatore verrà confidenzialmente chiamato “Mangoni”, per una straordinaria somiglianza con il vero Mangoni. Julian lo abbraccia dicendogli “Hey man…”. Cope si racconta tra cabaret e realtà, in uno show teatralmente studiato, fino ai tagli che si infligge con un pezzo di asta del microfono, spezzata da lui qualche secondo prima con un lento cerimoniale. Come faceva negli anni ’80, forse con un po’ più di ingenuità.
Dopo il nostro arcidruido è il momento degli headliner, del grande ritorno dei DINOSAUR JR nella formazione originale dei primi tra album, dopo aver sfamato a sazietà gli ego di J. Mascis e Lou Barlow.
Arrivano sul palco accordandosi e provando con noncuranza l’amplificazione (che raggiunge l’apice dei decibel: 4 ampli per Mascis e due frigoriferi Ampeg per Barlow), alla faccia dell’attitudine da rockstar. I Dinosaur Jr, nonostante,la tendenza delle mode a riciclare senza pudore, sono sempre stati più vicini alla sostanza della loro musica che all’estetica del fenomeno grunge, che comunque hanno contribuito a creare. “You’re All Over Me”, “Green Mind” e “Bug” sono i territori da cui Mascis&C. perscano per la scaletta di un concerto energico con il piede quasi sempre su acceleratore e wah-wah. Brani come Little Fury Thing, The Wagon, In a Jar, Bones, Freak Scene e la loro versione di Just Like Heaven dei Cure. Nessuna traccia dei brani del periodo in cui il solo Mascis era i Dinosaur Jr, periodo nel quale si sono formati i fan più giovani grazie a una maggiore visibilità mediatica, contemporanea al momento “dente avvelenato” tra Mascis e Barlow.
P.S. siamo tornati a casa, ma non dopo un breve giro nella frazione urbinate di Pallino, perché il senso dell’orientamento è rimasto nella placenta della mamma.

6 agosto

Aprono la seconda giornata di rassegna i MIDWEST , passati al palco principale a causa della defezione, per malattia, di DANIEL JOHNSTON. La formazione propone una rivisitazione nostrana del country che dopo un po’ risulta poco coinvolgente, ma dalla nostra solita posizione pic-nic è stato tutto più digeribile. Nel frattempo stiliamo la shit list della giornata: a) chi legge “Il Manifesto” o altri quotidiani durante i concerti e in mezzo alla gente, b) il vino nella bottiglia di plastica dell’acqua minerale. Dopo i Midwest è il turno dei KECH, anche loro italiani. I pezzi sono melodici e ammiccanti, la loro cantante molto energica, ma tutti i pistolini messi in campo per arricchire i brani (tastierine, xilofoni, strumenti vari) non divertono forse come vorrebbero. Dopo qualche pezzo ricadiamo nella tentazione dei banchetti di dischi. Poi, grande trepidazione per i SONS & DAUGHTERS, trepidazione che ci è completamente estranea… vabè i S&D ce li siamo un attimo persi dalle recensioni e non siamo molto partecipi dell‘atmosfera “next big thing“ all‘opera (come del resto è capitato per Bloc Party o Dresden Dolls). Comunque li abbiamo seguiti attivamente da vicino. Oltre a un gran carisma e una bella voce della cantante/chitarrista, gli scozzesi si dimostrano molto bravi tecnicamente, proponendo atmosfere alla Nick Cave sposate con radici tra blues e Pasley Underground (Dream Syndacate, Rain Parade). Si lanciano anche in una cover degli Stranglers, tanto per dare saggio di una ecletticità ben coordinata. A nostro modesto parere hanno comunque le qualità per sopravvivere per più di una stagione, anche se purtroppo quella del gruppo spuntato da chissà dove è l’impressione che prevale.
Cambio palco più laborioso per l’arrivo di un quartetto d’archi che sancisce la line-up dei SOPHIA. Robyn P. Sheppard (praticamente la mente dietro il tutto) sempre in tiro, ma stranamente con qualche capello fuori posto per l’incredibile assenza di gel. I pezzi del nostro arrangiati con gli archi rendono ancora più intima l’atmosfera della serata, prova ne sono il relativo silenzio e le varie coppiette da concerto di Baglioni attorcigliate. Da segnalare la versione acustica (solo chitarra e voce) di Oh My Love e The Death of the Saleman (dedicata a Jimmy Fernandez amico scomparso e batterista dei God Machine, primo guppo di Sheppard). Un fuori programma non amplificato a causa di un calo di corrente: chitarra, voce e archi (molto poetico, ma sospetto che già quelli in quarta fila bestemmiavano in turcomanno). The River Song in chiusura è uno dei rari momenti in cui i Sophia ritrovano vigore elettrico, ben sostenuto dagli archi. Robyn P. Sheppard è un buon scrittore di canzoni, forse solo un po’ troppo compiaciuto delle sue combinazioni a volte ripetitive. “Mangoni” colpisce ancora, ma non fa danni, trovando il frontman bendisposto a una stretta di mano.
E finalmente arrivano gli ECHO & THE BUNNYMEN, una delle band cardine degli anni ‘80, che non hanno perso seguito e attenzione, anche grazie alle recenti ristampe dei loro primi album. Della formazione originale attualmente ci sono solo Will Sergeant alla chitarra e la voce indispensabile di Ian McCulloch. McCulloch appare sempre modello “mi sono appena alzato dal letto, tira giù la serranda”, distante ma totalmente efficace nel cantare le sue linee sulle quali gruppi come Radiohead e Colplay hanno costruito le loro fortune. Partono sparando una delle loro cartucce migliori, come sempre, con Lips Like Sugar per proseguire con praticamente il repertorio dei loro primi 5 album ( Crocodiles, Heaven Up Here, Porcupine, Ocean Rain e l’omonimo del 1987). Parliamo di brani come Rescue, All My Colours, Crocodiles, All that Jazz, Stars are Stars, The Cutter senza dimenticare la mega hit The Killing Moon (chiesta da qualcuno anche troppo presto). Sono canzoni che già da sole accendono il lumicino in fondo al cuore che tutti abbiamo per gli Echo & The Bunnymen. C’è tempo anche per infilare spezzoni di Roadhouse Blues e Take a Walk on the Wild Side.
Citazioni celebri che ci mandano a casa a posto.

Reic & Cristian
Chi volesse contribuire con il racconto della terza giornata della rassegna può scrivere a fuorioinda04@libero.it, o postare attraverso i commenti.

18 agosto 2005